Dedico a te, da questa mattina fino al tramonto e poi ancora:
le bustine di carta del the, che mi fanno venire voglia di scriverti bigliettini di complicità come alle elementari.
Io sono innamorato di tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie. Signore e signorine -le dita senza guanto -scelgon la pasta. Quanto ritornano bambine! Perché nïun le veda, volgon le spalle, in fretta, sollevan la veletta, divorano la preda. C’è quella che s’informa pensosa della scelta; quella che toglie svelta,né cura tinta e forma. L’una, pur mentre inghiotte, già pensa al dopo, al poi; e domina i vassoi con le pupille ghiotte. Un’altra - il dolce crebbe -muove le disperate bianchissime al giulebbe dita confetturate! Un’altra, con bell’arte, sugge la punta estrema: invano! ché la crema esce dall’altra parte! L’una, senz’abbadare a giovine che ad occhi, divora in pace. Gli occhi altra solleva, e pare sugga, in supremo annunzio,non crema e cioccolatte, ma superliquefatte parole del D’Annunzio. Fra questi aromi acuti, strani, commisti troppo di cedro, di sciroppo,di creme, di velluti, di essenze parigine, di mammole, di chiome:oh! le signore come ritornano bambine! Perché non m’è concesso -o legge inopportuna! -il farmivi da presso, baciarvi ad una ad una,o belle bocche intattedi giovani signore, baciarvi nel sapore di crema e cioccolatte? Io sono innamorato di tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie.
Guido Gozzano.
Dedico a te questa mattina, in ordine sparso:
una margherita piccola del diametro di 1 cm, quasi come lo spessore dello Zebra.
Rullo di tamburi. Di nuovo l’inserviente diede un giro al marchingegno. Isabel si raggomitolò. Stava ancora per diventare il suo filo, anzi, lei era quel filo. Era la polvere scomposta nel cono di luce, era tutto il circo, l’occhio dell’elefante, la giacca di Romualdo,la paglia dei cavalli, era quei cavalli, le lettere che componevano l’insegna luminosa all’entrata, le lampadine di quell’insegna, la ”C”, la “E”, la “S”„ la ”A”, la “R”, la “E”, il bastoncino dello zucchero filato, il pezzo di carne che mangiava la tigre, il volante dei camion, era domatrice, antipodista, icariana, era i collant della conotrsionista, il borotalco tra le dita del trapezzista, il cerchio lanciato in aria dal giocoliere… era lo zoccolo, la zanna, i canini appuntiti… era la forza di gravità, il microfono…
I piedi si staccarono dal filo. Era il cotone per togliersi il trucco, la locandna dello spettacolo a Roma… disegnarono un cerchio nell’aria, la testa in orizzontale, in basso, in orizzontale… era il vuoto, la piramide umana, la gabbia, l’arcano, la gru, le corde, i picconi… disegnarono un secondo cerchio nell’aria… era una piazza, una strada, una piazza, una strada… era cambiare scuola ogni settimana, leggere male, volersi mettere il rossetto per imitare la madre… i piedi si posarono, perfetti, sul filo… era adrenalina, dimostrare di esserci, di fare il circo… era un’ovazione.
Magari disturbiamo, Matteo Colombo.